Nota biografica | Versione lettura |
Halima arrivò di notte, una notte fredda di novembre in cui cadeva una pioggia fitta, insistente, una pioggia gelida che le penetrava nelle ossa, che attraversava il piumino azzurro che Ali, suo cugino, le aveva fatto indossare appena scesa dall’aereo. Ali camminava davanti a lei e ogni tanto si voltava per incitarla ad affrettarsi, a seguirlo velocemente, perché non voleva perdere il treno che li avrebbe portati alla stazione Termini. Treno, stazione… tapis roulant... quante parole sentiva Halima, quante parole avrebbe dovuto imparare. Soprattutto il suo nome, il suo nuovo nome: Halima Mohamed Hussein, era questo il suo nuovo nome e lei doveva ripeterlo tante volte ancora, più di quanto avesse fatto negli ultimi giorni, in casa, preparando i bagagli, e in volo, mentre suo cugino Ali le faceva le ultime raccomandazioni. “Sii gentile con tuo marito – le diceva Ali – lui è vecchio ha più di quarant’anni, è un medico, è un uomo colto, è molto stimato nella città in cui vive”.
“E perché allora, se è così famoso e così importante non ha avuto una moglie fino ad ora? Perché è rimasto solo tutto questo tempo?”, si era azzardata a chiedere, non tanto perché la cosa le interessasse veramente, quanto per sentire la sua voce, per trovare normali parole, forse banali domande, ora che era Halima una giovane donna sposata che, per sua grande fortuna, aveva potuto partire. “ Sta zitta – Ali le rispose irritato – questi non sono affari tuoi e poi ora ce l’ha una moglie il dottore, sei tu sua moglie e non è proprio il caso che tu ti metta a fare domande”.
Lei aveva abbassato gli occhi in silenzio. In realtà Ali aveva ragione: a lei non interessava affatto la vita del dottore e non c’era davvero nessun motivo per continuare a fare domande. Ali però, non poteva sapere che lei parlava per non ascoltare, per non ascoltare il suo cuore, per non sentire la voce che le parlava dentro e che a volte era fortissima fino a coprire tutte le altre, fino a superare il rombo del motore dell’aereo nel momento del decollo. Così per non ascoltare quella voce, aveva parlato mentre l’aereo si alzava in volo e Mogadiscio si allontanava sempre di più. Per l’ultima volta, Halima aveva guardato attraverso l’oblò, cercando le strade, il porto, la guglia di una moschea che conosceva… ma tutto era sparito così in fretta. E solo per qualche minuto ancora aveva visto i quartieri periferici, poi il mare e soltanto il mare. Ed era stato allora che la voce si era fatta rombante: “Ma sei impazzita, Ma’ey, ma sei veramente impazzita! E cosa dirai a Yusuf, quando tornerà? E cosa gli dirai quando lui riuscendo a trovarti, ti ricorderà che tu eri… che tu sei… ”. “Oh zitta! Zitta Ma’ei, in nome di Dio non farti sentire! – Halima aveva pregato, scongiurato, supplicato, ma la voce era chiara, era la sua voce, era impossibile non riconoscerla – Cosa vuoi? Perché continui a parlarmi? È morta Ma’ey, ed anche Yusuf è morto: tutti e due sono morti. Ed ora c’è Halima, Halima la moglie del dottore”. Ed era stato allora che aveva rivolto a suo cugino quella domanda: “Perché il dottore non ha avuto una moglie?”. Una domanda davvero inopportuna, Halima lo sapeva bene, ma doveva pure dire qualcosa, altrimenti la voce avrebbe preso il sopravvento un’altra volta e ben altre domande le avrebbe rivolto. Invece, almeno per una volta, le due voci si erano accordate: “Va bene – aveva detto Halima – bene…” aveva sospirato Ma’ey. E l’aereo aveva proseguito il suo volo. Durante gli scali, Halima si era guardata intorno, ora perplessa, ora incuriosita: erano molti i passeggeri in transito: molti arabi che parlavano ad alta voce con disinvoltura; alcuni europei visibilmente infastiditi per il caldo e per le attese; c’erano anche alcuni italiani, con cui Ali aveva chiacchierato nell’ultimo tratto del viaggio. Si era fatto prestare anche un giornale e le aveva riferito alcune notizie. Lei gli aveva chiesto in quale città aveva abitato in Italia e lui le aveva risposto che aveva vissuto tre anni a Roma, due a Torino e cinque a Napoli, la città che gli era piaciuta di più. “E… il dottore dove abita?” Lei gli aveva chiesto, e Ali si era innervosito: “Ma come fai ad essere così sciocca, Halima! Ti avranno detto cento volte dove andrai ad abitare, e tu non te lo ricordi. Come farai, se te lo chiederanno, al posto di controllo?”. “E dunque, ripetimelo” si era irrigidita anche lei, perché davvero non ricordava il nome di quella città. “A Firenze! – aveva bofonchiato lui, e poi con piglio da maestro – Halima tu andrai a vivere a Firenze , con il dottor Ibrahim Omar in via…” e aveva ripetuto l’indirizzo, con tanto di numero telefonico che, evidentemente conosceva a memoria. “Non mi ricordavo”, Halima aveva detto soltanto e aveva anche cercato di scusarsi, accogliendo umilmente i rimproveri di lui. Ma il cuore palpitava, palpitava e correva in un'altra direzione: tornava indietro il cuore, verso casa, verso quella che era stata la sua casa, prima che la guerra sconvolgesse tutto. E Ma’ey, perché era Ma’ey che ricordava, Ma’ey rivedeva i suoi compagni di scuola, i suoi due fratelli, portati via a pochi metri da casa, e uccisi, chissà dove, e Yusuf che la consolava, che le aveva dato tante speranze. Yusuf era un po’ più grande di lei, frequentava già le superiori, mentre lei aveva appena finito la scuola media. Anche lei avrebbe voluto andare alle superiori, a scuola era brava e gli insegnanti dicevano che avrebbe potuto diventare maestra. I bambini le piacevano, con Yusuf avevano deciso di averne almeno due e lei avrebbe fatto la maestra: la maestra al mattino e la mamma per tutto il resto della giornata. La guerra sarebbe finita, prima o poi, lei e Yusuf ne erano sicuri. “Qualcosa accadrà vedrai – Yusuf diceva – e quando tutto sarà più tranquillo, io verrò da tuo padre… oppure manderò qualcuno, ma con lo zio Abukar sarà tutto facile, lui è intelligente e moderno!”. Suo padre aveva intuito qualcosa, Ma’ey ne era sicura, ma non parlava e neanche lei voleva parlargli, soprattutto perché voleva continuare a studiare, voleva andare alle scuole superiori.
E ora camminava dietro ad Ali nella notte, fra suoni e luci che coglieva nel ticchettìo della pioggia sugli ombrelli aperti, e attraverso l’umidità dell’aria densa di sgradevoli odori di fumo, benzina o di nebbia. Le pareva che gli abiti le si appiccicassero alla pelle e che il manico del carrello su cui poggiava la sua valigia non le si sarebbe staccato più dalla mano. Ali l’aiutò a salire sul treno: “Vedi – le disse – questo è il treno… qui ci sono i treni, non avevi mai visto un treno vero?”. “Certo che l’avevo visto – rispose lei irritata – ma cosa credi, che mentre tu stavi all’estero, noi vivevamo in una grotta?... in una spelonca? Ma Ali non te la ricordi la casa di mio padre in via I° luglio? Sei stato nostro ospite a cena migliaia di volte!” Era veramente indignata e non riusciva a nasconderlo.“E dove hai visto il treno”, Ali continuava a deriderla, bonariamente, come credeva lui. “Al cinema – aveva risposto lei – sui libri e poi… quando io e i miei fratelli eravamo piccoli, per due volte nostro padre ci ha portati all’estero in vacanza”. “Davvero! Eh sì! Lo zio Mohamed era in gamba!”. “Lo zio Mohamed?” disse lei a mezza voce, e corresse piano: “Lo zio Abukar, stupido che sei!”, ma rimase al triste gioco che le imponeva la vita. Con suo padre, erano andati in Egitto per un mese, e in Etiopia per due settimane, ospiti di una famiglia di amici somali. Certo che aveva visto il treno, ma come poteva parlare così suo cugino solo perché aveva vissuto all’estero, solo perché ora lei era rimasta sola e in tutti quei lunghi anni in cui si era districata nelle fatiche della guerra, delle privazioni, delle malattie, lui le aveva inviato un po’ di denaro, con una certa regolarità. Solo per questo dunque, solo per questo la trattava così. Pensò che ormai però, era meglio non replicare più, ma nello stesso tempo, non trovare altri argomenti di conversazione e lasciare che il treno in corsa si portasse via i suoi pensieri. “Arriveremo prima o poi – pensò – comincerà definitivamente quell’altra vita, e tutto questo finirà”.
Nessuno più avrebbe risvegliato Ma’ey, nessuno le avrebbe ricordato i suoi progetti, le sue speranze, spazzate via dalla volontà di altri.
Il treno attraversava una pianura, già in lontananza, nella luce grigia del primo mattino, Halima individuò ciminiere di fabbriche e case, poi lentamente la periferia della città si delineò meglio e Ali le disse che stavano arrivando a Firenze. “Da questo momento non avrai più problemi – le disse alzandosi e prendendo il bagaglio – hai il tuo nuovo nome, il tuo status di moglie e lui, il dottore penserà a tutto il resto. Halima non gli chiese a che cosa il dottore avrebbe dovuto pensare, in che cosa consisteva ‘il resto’, preferì ancora una volta non fare domande, ma si strinse nel suo piumino, un po’ gonfio e nonostante questo, scendendo, sentì freddo, avvertì che le ginocchia le tremavano. “No, no, sentirmi male in questo momento no,” si disse cercando di raccogliere tutte le energie possibili. Ali si sarebbe indignato molto se lei fosse caduta, se fosse svenuta proprio lì, vicino a quel treno su cui alcuni salivano con bagagli ingombranti, lì, su quel marciapiede dove tutti correvano. Eppure provava una continua vertigine e un leggero senso di nausea. “Forse ho fame”, cercò di giustificarsi, e ricordò che né in aeroporto, né in aereo aveva mangiato. Sì certo, era sicuramente la debolezza che le giocava questi scherzi. La debolezza o la paura non avrebbe saputo dirlo. Ma dove stava andando? Ma cosa stava facendo? E Yusuf? La voce risuonava, incalzava nella sua testa ed ora non sapeva più se era la voce di lei, di quella che lei era veramente, o la voce di suo cugino che la invitava ad affrettarsi. “Ma cosa stai facendo Ma’ey? E cosa dirà Yusuf quando verrà a prenderti, sì perché lui verrà, ha promesso”.
“Oh zitta Ma’ey, zitta! – supplicò Halima affrettando il passo – non farmi paura così!”. “Halima muoviti! Guarda è quello l’autobus che dobbiamo prendere… muoviti, non ci aspetta sai!”. Alì aveva ragione, lei stava rallentando il passo e neppure si era accorta che erano usciti dalla stazione e che la pioggia le bagnava le mani, la testa, il viso. Sentì gli occhi che le bruciavano e fu certa che erano lacrime: la vista le si annebbiò e per un attimo le mancò il respiro.
La mano di Ali, forte, rassicurante, la sostenne e, questa volta egli le parlò con apprensione: “Che cos’hai? Stai male?”
“No – disse lei – forse è soltanto stanchezza” e lui non si irritò, la aiutò a salire sull’autobus, le prese una borsa e le indicò un posto in cui sedersi. Rimanendo in piedi vicino a lei chiese: “Stai meglio? Vuoi mangiare qualcosa? Ho qui dei biscotti che ho comprato questa notte, ne vuoi uno?”. Stava gia aprendo il pacchetto, ma Halima lo fermò: “No,no – disse – non voglio niente; ora sto bene, avevo solo freddo”. Le sembrava infatti di stare meglio, molto meglio. Nell’autobus era caldo e lei cominciò a guardarsi intorno rinfrancata. L’orologio nella piazza segnava le sette e trentacinque, l’autobus era ormai ‘a pieno carico’, c’erano moltissimi ragazzi con gli zaini sulle spalle che parlavano a voce molto alta e lei cercava di ascoltare e di sforzarsi per riconoscere qualche parola fra quelle poche che sapeva di italiano. Vide due ragazze africane, anche loro con lo zaino sulle spalle e strette nei loro giubbotti coloratissimi. Le osservò con molta discrezione, capì che anche loro parlavano italiano, anche fra loro. Pensò che forse vivevano in Italia da molto tempo, forse c’erano anche nate, forse le loro famiglie provenivano da nazioni diverse, o forse i genitori erano italiani e le avevano adottate. Lei stessa non avrebbe saputo dire perché si interessava tanto a quelle ipotesi, forse per distrarsi, forse per allontanare da sé il momento che tanto temeva e che, contemporaneamente, tanto aspettava: l’ingresso nella casa del dottore.
Alle fermate gruppi di ragazzi scendevano salutandosi rumorosamente, altri salivano lasciando cadere gli zaini. Salivano anche uomini e donne che avevano l’aria di avere molta fretta e di non desiderare di parlare con nessuno, stretti nei loro cappotti, con l’espressione corrucciata. “I ragazzi vanno a scuola – Ali disse – quelli che abitano nei paesi vicini vengono in treno e poi prendono l’autobus per raggiungere il loro istituto. Vedi? – volle precisare – vedi quante persone vanno al lavoro… qui si vive così”. Halima contrasse le labbra: ma perché mai suo cugino era così sciocco.
“In tutto il mondo i ragazzi che possono vanno a scuola – gli avrebbe volentieri detto – e chi non abita in città, cerca di raggiungerla con i mezzi disponibili”. Disse soltanto: ”Certo|”.
Erano molte le cose che non sapeva, di come si viveva in Europa, ma certamente non le suscitava nessuna meraviglia il fatto che le persone adulte si recassero a lavoro e i ragazzi a scuola.
“Anche da noi si viveva così… prima che accadesse tutto questo disastro… anch’io avrei dovuto andare a scuola se mio padre…”. “Ti avrebbe mandato a scuola tuo padre?”, Ali chiese. “Certo che mi avrebbe mandato a scuola – rispose lei – avrei dovuto andare alle superiori, ma è scoppiata la guerra… e lui…” e subito si materializzò davanti ai suoi occhi la stanza da pranzo della sua casa a Mogadiscio, la zia Faduma, sorella di suo padre, che, da quando era morta la mamma, conduceva la casa e li faceva tutti filare come soldati. Già prima delle otto le stanze risuonavano della sua voce imperante: “Mohamed! Va a lavarti! Vuoi forse venire a fare colazione con gli occhi chiusi? Hussen! Tu forse pensi di esserti pettinato?”. E alle proteste di suo fratello Hussen, lei replicava subito: “Ti dico che non sei pettinato… così come a te, Mohamed, dico che assolutamente non ti sei lavato bene! Ma cosa credete che si faccia tutto in cinque minuti!” La zia Faduma intendeva mettere in riga anche suo padre, ma lo faceva con discrezione e mai davanti a loro. Halima però li aveva sorpresi, mentre discutevano e aveva capito che suo padre la temeva, e apparentemente infastidito, finiva sempre per ascoltare le sue parole e per prenderla sul serio. Sempre in faccende tutto il giorno, la zia Faduma, mai triste, ma neppure tanto ciarliera. “Non c’è più quella casa”, pensò con nostalgia e recuperò nella memoria quel mucchio di macerie che erano state le loro stanze e il silenzio di morte, dopo l’ultimo cannoneggiamento, le attanagliò l’anima.
Ali si era fermato davanti ad un palazzo: una costruzione alta, grigia, massiccia; finestre allineate su tutta la facciata, alcune aperte, altre ancora chiuse. Halima provò a immaginare quale avrebbe potuto essere la finestra della camera del dottore, dunque anche quella della sua camera, ed ebbe un brivido che tentò di attenuare stringendosi nel giubbotto azzurro, gonfio e caldo.
“Siamo arrivati – Ali disse – sei pronta Halima?”. Lei rispose di sì in un soffio e lo seguì sull’ascensore aiutandolo a farvi entrare le valigie.
Si era addormentata subito: dopo un bagno caldo e una tazza di tè, unica sostanza che era riuscita a introdurre nel suo stomaco, Halima si era infilata sotto le coperte, tirandosele fin sopra la testa ed era caduta in un sonno lungo, pesante, denso, tanto che, ora, svegliandosi, le sembrava di sentirne ancora la consistenza. Si guardò intorno perplessa. Non era una camera matrimoniale, ma una stanza arredata semplicemente, quasi la stanza di una studentessa: un letto, quel letto troppo morbido in cui aveva dormito così a lungo, un armadio, un tavolo con due sedie e, nell’angolo, ora la vedeva bene, una libreria vuota. L’orologio sul tavolo segnava le quattro: “Le quattro del mattino… o del pomeriggio?”. Incerta Halima si guardò intorno, la luce che filtrava dalle tende la portò a pensare che si trattasse delle quattro del pomeriggio. Ansiosa, agitata, vagò per alcuni secondi nella stanza, incerta su cosa avrebbe dovuto fare; provava timore misto a vergogna per aver dormito così tanto in casa d’altri. “In casa d’altri”, ripetè con sgomento, e si rese conto che avrebbe dovuto dire in casa del dottore… o forse meglio, in casa sua.
Sedette nuovamente sul letto, perché i pensieri la schiacciavano, pensò che avrebbe dovuto trovare la stanza da bagno, lavarsi, pettinarsi, mettersi in ordine, ma dov’era il bagno?
Eppure quando era arrivata, le avevano mostrato tutto: la cucina, la sala da pranzo e… quella sua stanza da studentessa… ma dov’era il bagno? Niente, non si ricordava niente. La vista dei suoi bagagli in un angolo la confortò.
Aprì una borsa e rimase perplessa a guardarne il contenuto, come se non si trattasse di cose sue. Se fosse stata lì la zia Faduma certo le avrebbe detto cosa doveva fare. “Copriti Ma’ei! – le aveva intimato un mattino, vedendola passare dalla cucina con una spalla scoperta perché lo scialle le era scivolato – perché vai in giro così? Ci sono i tuoi fratelli, e tuo padre è ancora in casa. Forse che sei ancora una bambina? Sei una donna Ma’ei! Una donna, hai capito?”. Certo che aveva capito e come non capire quando la zia Faduma parlava? Le sue parole erano pesanti come sassi, quando dava ordini. “Non sempre pesanti”, pensò Halima estraendo uno scialle dalla borsa; e ricordò tanti altri momenti in cui la zia le aveva parlato, con ben altra voce, e con ben altre parole. Ancora prendevano forma i ricordi e subito la stanza da studentessa, lì nella casa del dottore, diventò un'altra stanza, quella della famiglia che aveva ospitato lei e la zia, quando la loro casa era stata distrutta, e suo padre e i suoi fratelli non c’erano più. Le aveva ospitate un collega di suo padre, ma la casa era piccola, c’erano tanti bambini, tanta confusione e poco ordine. La zia Faduma si controllava molto, cercava di non vedere la polvere, e di non farsi coinvolgere nei continui rimproveri che la signora di casa indirizzava ai suoi figli. Era stato difficile trovare un angolo ed un momento per parlare, ma alla fine la zia ci era riuscita. “Allora è deciso, Ma’ei – le aveva detto – è tutto pronto; Ali ha portato il denaro e i documenti nuovi: sei già la moglie del dottore e ti chiami Halima… Halima Mohamed”. “E chi è questa Halima Mohamed?”, aveva replicato lei, ancora incredula, e la zia, stranamente non si era irrigidita, questa volta; le aveva appoggiato la mano sulla spalla, tenera e leggera poi l’aveva attratta più vicina: “Non fare domande, bambina –– le aveva detto, ma senza asprezza – vedrai, sarà la tua fortuna”. Ma per i ricordi ora non c’era tempo, bisognava prendere il coraggio a quattro mani, e uscire da quella stanza. Si avvolse nello scialle bianco che aveva estratto dalla borsa, girò la maniglia della porta e uscì.
Quando suo marito ritornò a casa, la trovò seduta in cucina. Lei era riuscita a farsi una doccia, a mettersi in ordine e anche a riordinare la stanza in cui aveva dormito. Si era poi guardata intorno incerta: indubbiamente avrebbe dovuto preparare la cena, ma l’ordine quasi asettico di quella cucina le metteva soggezione; non sapeva se sarebbe stato opportuno aprire gli sportelli, cercare piatti e pentole, e poi, cosa avrebbe preparato? A casa sua sarebbe stata in grado di fare qualsiasi cosa, pulire, cucinare, lavare e anche stirare. La zia Faduma era stata inflessibile: “Devi imparare, Ma’ei – le diceva – se una donna vuole avere una casa deve saperla tenere”. Era sempre così che dava inizio ai suoi insegnamenti in materie di faccende domestiche e poi, quasi sempre, faceva appello alla sua esperienza: “Quando lavoravo dalla signora Anna, sui mobili non c’era un filo di polvere; lei passava un dito sulle superfici e se ne trovava anche solo un granello mi chiamava: – Faduma! non si pulisce così! Guarda come si fa… –, e puliva lei, sì, sì, proprio lei! Tutto sapeva fare la signora Anna, e io ho imparato. E devi imparare anche tu”. Dai ragazzi non pretendeva che sapessero pulire, ma che non sporcassero, sì. Nel silenzio di quella cucina, in quella prima sera di attesa, Halima recuperò la sua voce, ancora una volta… : “Hussen attento! non far cadere tutte quelle briciole! Ha appena pulito tua sorella! Mohamed! ma cosa fai? Ecco, hai versato il latte sulla tovaglia! Ti comporti come un bambino, vergogna, alla tua età!”. Non era neppure necessario chiudere gli occhi, la stanza era già trasformata sotto l’onda dei ricordi. Era un mattino di pioggia, verso la metà di luglio, Halima ricordava bene. Anche quella volta la zia Faduma aveva rimproverato i suoi fratelli per qualcosa; poi loro avevano fatto colazione un po’ imbronciati e avevano detto che sarebbero usciti. La scuola non c’era più, ma due insegnanti amici di suo padre, il professor Ahmed Alì e la professoressa Suldana Aden avevano organizzato dei gruppi di studio: i ragazzi andavano da lui, le ragazze da lei. Suo padre vi aveva subito iscritto i due ragazzi che avrebbero dovuto terminare le scuole superiori. Aveva chiesto alla professoressa Suldana di prendere anche lei, almeno per prepararla alle superiori, che appena la guerra fosse finita, avrebbe dovuto cominciare:“Vedrai Ma’ei – le aveva detto accompagnandola il primo giorno – ti preparerà bene e, quando la guerra sarà finita forse potrai iscriverti direttamente in seconda… forse anche in terza, se studierai, e così non avrai perso tempo”. Quel mattino di luglio, i ragazzi sarebbero andati dal professore, e lei a scuola da Suldana. Mohamed e Hussen erano usciti subito dopo colazione, ma lei aveva aspettato perché suo padre doveva accompagnarla.
Non le permetteva più di uscire da sola, da quando era iniziata la guerra e, quando poteva, cercava di accompagnare anche i suoi fratelli. Solo la zia Faduma rifiutava categoricamente questa premura: “Che ti succede Abukar? –gli diceva – Da quando avevo nove anni, sono sempre andata a fare la spesa al mercato, sempre da sola. Forse che mi accompagnavi tu? Tu non sai neppure come si porta una borsa!”. Suo padre tentava di convincerla che era più prudente, e cercava mille argomentazioni per farglielo capire. Lei gli teneva testa, pur abbassando lo sguardo, stava in piedi davanti a lui con le mani strette sotto lo scialle: “Forse che se ci sei tu, le bombe non cadono? – diceva – lasciami andare, e va ad accompagnare Ma’ei, poi al tuo lavoro dal momento che ne hai ancora uno! Forse aveva detto così anche quel giorno, forse aveva aggiunto altre parole, Halima non ricordava, ma di essere uscita con suo padre sì, di quello era sicura. Avevano fatto pochi passi quando avevano visto una camionetta sfrecciare a pochi metri da loro e subito il crepitìo delle armi aveva solcato l’aria. Suo padre si era voltato e si era posto fra lei e la strada, ma con lo sguardo cercava Hussen e Mohamed che dovevano essere poco lontano. Non li vide; afferrò la sua mano e si affrettò verso la casa di Suldana. “Tornerò a prenderti – le disse quasi spingendola dentro – non muoverti di qui”. E dall’interno l’insegnante domandò: “Dove sono i tuoi figli Abukar? Attenzione stanno prendendo i ragazzi nel quartiere”.
Ma suo padre non c’era più. Venne a riprenderla due ore dopo: “La porto a casa”, disse soltanto, ma dallo sguardo che scambiò con l’insegnante, Halima capì che qualcosa di grave doveva essere successo. A casa la zia Faduma aveva comunque preparato il pranzo. La tavola era apparecchiata per cinque, come sempre, ma i ragazzi non c’erano.
“Torneranno – disse la zia mettendo nel piatto il riso con poche pezzi di carne – torneranno Abukar, ne sono sicura”.
Ma non c’era niente di sicuro in quei giorni e i ragazzi non tornarono, e suo padre continuò ad andare e venire da un quartiere all’altro, dal suo ufficio a quello di colleghi di grado superiore. Ma i ragazzi non tornarono.
Nel silenzio della cucina, attendendo suo marito, incerta su quello che doveva fare, Halima ebbe la sensazione di sentire ancora le cannonate di quell’altra mattina, qualche mese più tardi, quando la guerriglia si era decisamente spostata nel loro quartiere. Anche quel giorno suo padre doveva accompagnarla da Suldana: le case erano ancora in piedi e la professoressa continuava ad insegnare. Si era vestita come sempre, ma sulla soglia di casa, mentre attendeva il babbo, aveva incontrato Yusuf: “Dove vai?”, le aveva chiesto. “A scuola da Suldana e tu non vai da Ahmed Alì?”. “No – Yusuf aveva risposto in fretta – non vado più; partirò presto, Ma’ei! non so dove andrò, ma partirò…”. “Ma quando parti? –aveva chiesto lei con ansia – aspetta Yusuf… aspetta… sta arrivando il babbo”. Era uscito infatti suo padre e Yusuf l’aveva salutato con la cortesia di sempre: “Buon giorno zio Abukar”. “Buon giorno Yusuf… non vai a scuola?”. “Sì, certo sto andando...”, e Yusuf si era allontanato lungo la strada nella direzione opposta alla loro. Qualcuno aveva chiamato suo padre, e nello stesso tempo erano risuonati degli spari: “Corri Ma’ey! corri! Và da Suldana, e non muoverti finchè io non verrò!”. “Vengo con te”, lei aveva provato a dire. “Fa come ti dico Ma’ei!”. Poi qualcuno lo aveva afferrato per le spalle e lei aveva fatto soltanto in tempo a vedere un furgone scuro che si allontanava.
Quel giorno era venuta a prenderla la zia Faduma con il volto coperto per non mostrare né il dolore né le lacrime, l’aveva presa per mano per un attimo, in una stretta vigorosamente dolente, e le aveva detto: “Andiamo a casa di tuo zio Osman, ora per un po’ staremo da lui.” “E perché non torniamo a casa nostra? E il babbo dov’è? Doveva venire lui a prendermi”.
Voleva sapere, voleva in tutti i modi sapere, ma la stretta della mano della zia, più che rassicurarla, la persuase al silenzio: “Non c’è più la casa – le disse ¬¬– corri Ma’ei! Altrimenti prenderanno anche noi!” Anche noi… e cosa voleva dire anche noi? Ricordava di esserselo chiesto nel momento esatto in cui passavano davanti alle rovine fumanti della loro abitazione.
Osman era il padre di Ali e nella loro casa, per la seconda volta, Ma’ei aveva sentito parlare di matrimonio. “Dobbiamo mandare via la bambina… – aveva detto poche ore dopo lo zio Osman ed ella ricordò che, alcuni giorni prima, quando ancora vivevano nella loro casa, suo padre aveva pronunciato la stessa frase: “Dobbiamo mandare Ma’ei all’estero. In un collegio, non so…”. “Oppure farla sposare”, aveva suggerito proprio lo zio Osman, un buon matrimonio in Inghilterra, o in Italia. Potrei chiedere ad Ali”. Ma suo padre l’aveva interrotto subito: “No, un matrimonio no. È troppo presto, e poi…”. Non aveva concluso ma a lei era sembrato, non avrebbe saputo dire perché, che suo padre avesse capito, avesse intuito quello che stava nascendo tra lei e Yusuf. Gli fu grata in silenzio e quando fu sola con lui, chiese: “Dove mi manderai? Io voglio andare a scuola!”. “Non c’è più nessuna scuola – aveva detto la zia Faduma entrando con un piatto di ‘angera’ – anche Suldana partirà...” e suo padre si era voltato verso di lei, l’aveva abbracciata, e sollevandola come si fa con i bambini, aveva detto: “Ci sarà sempre una scuola per la mia principessa! Anche se dovessi costruirgliela io con le mie mani!”, e l’aveva baciata riappoggiandola morbidamente sul pavimento. Poi la voragine si era aperta davanti a lei: non c’era più suo padre, non c’era più la loro casa e spesso nelle conversazioni degli adulti, risuonava per lei la parola “matrimonio”. Dopo aver abitato dallo zio Osman, erano state accolte in altre case, perché stare da lui era troppo pericoloso. C’erano state tante altre morti, tanti interminabili giorni di paura e di fame. E sempre, quando la zia Faduma incontrava lo zio Osman, Ma’ei si rendeva conto che, nel loro confabulare, l’oggetto di interesse era lei. “Dammi ascolto, Faduma – aveva detto lo zio una sera, in cui era venuto a trovarle nella casa del collega di suo padre – parlerò con Ali, e troveremo una sistemazione per Ma’ei. Tu andrai in campagna dai nostri parenti… ”. Halima ricordava l’esitazione della zia, ma soprattutto, in quelle occasioni, ricordava l’abbraccio di suo padre e quel suo dolce volteggiare al suono delle sue parole rassicuranti. E nel ricordo di quel volteggio e sull’onda di quelle parole, si inserì la voce del dottore che, entrando, la salutava.
“Buona sera, Halima, come stai? Hai riposato bene?”.
Lei si era alzata di scatto e per un momento aveva incrociato il suo sguardo, mite e discreto. Il dottore non era grande e forte, come suo padre, ma era gentile, sì era gentile, questo lo capì subito, era gentile come lui. Ibrahim Omar aveva poco più di quarant’anni, non era molto alto né robusto, qualche filo d’argento si cominciava a vedere fra i suoi capelli che si stavano diradando sulle tempie. Era elegantemente vestito: abito grigio, camicia bianca, una cravatta di seta e un impermeabile di gran classe, che ora si sfilava dirigendosi verso l’attaccapanni dell’ingresso.
“Come stai Halima?”, chiese ancora rientrando in cucina e lei rispose che stava bene e che, sì, aveva riposato molto bene. Lui sedette ad un capo del tavolo e disse che era il momento di preparare la cena. “Ho preso alcuni giorni di ferie dal mio lavoro – disse mentre lei un po’ incerta si muoveva fra il tavolo e i pensili della cucina – così ti insegnerò ad orientarti in città, ti farò conoscere i miei amici, le loro famiglie. Ho amici somali con figlie della tua età”. Halima trovò le pentole, tagliò le verdure e preparò il riso. Non era poi così impossibile cucinare in quella casa; se ne rese presto conto: gli insegnamenti della zia Faduma le erano utilissimi. Durante la cena parlarono di tutto. Lui le chiese notizie della situazione a Mogadiscio; lei rispose con precisione, come aveva imparato da suo padre; lui le chiese notizie del viaggio, dove aveva fatto scalo, quanto tempo aveva impiegato, lei rispose concisamente, ma con esattezza. Lui la guardava con discrezione, a tratti: gli sembrava molto educata e seria quella ragazza e pensò che aveva fatto bene ad accettare il consiglio di sua sorella che gliel’aveva proposta in sposa.
“So io cosa ci vuole per te – Amina aveva detto – non fare domande, fidati Ibrahim…tu non puoi più rimanere da solo, ci sei stato anche troppo tempo”.
Era facile lavorare in quella cucina: i piatti si infilavano in una macchina che poi provvedeva a lavarli; il gas si accendeva facilmente; il dottore le spiegava tutto con calma e lei, attentissima come quando ascoltava gli insegnamenti della zia Faduma, eseguiva e imparava. “In questa casa starai bene – egli le disse dandole la buona notte – per il momento rimani nella tua stanza”. Halima si era fermata perplessa sulla soglia della sua camera; lui le aprì la porta e, accendendo la luce, vi entrò: indicò l’armadio e le disse che avrebbe potuto disporre i suoi abiti; le indicò un mobile con alcuni cassetti e la libreria vuota.
“Questa libreria… ¬– disse un po’ incerto – è vuota, ma.. poi vedremo”. E fu in quel momento che Halima prese coraggio: “Io avrei dovuto andare a scuola, in Somalia – disse tutto di un fiato e proseguì – mio padre, mi avrebbe mandato a scuola se… anzi andavo a scuola da un insegnante…”. Lui la tranquillizzò con un occhiata discreta e sfuggente: “Se vuoi puoi studiare anche qui – disse – certo che puoi, ti comprerò dei libri, ti insegnerò l’italiano”. Qualcosa tremò nella voce di Halima quando disse: “Libri...davvero?”. “Certo!” disse lui e le augurò la buona notte.
Per alcuni giorni Halima uscì spesso col dottore; conobbe i suoi amici, le loro mogli, e le loro famiglie, così non ebbe tempo per pensare, non ebbe neppure tempo per ricordare. “Questa ragazza non ha avuto la sua festa di nozze – disse la signora Macca, moglie di un collega di suo marito – dobbiamo organizzargliela presto! Molto presto”.
“lo faremo in primavera – disse Ibrahim Omar– non voglio le foto con lo sfondo di un giardino bruciato dal gelo”.
Tutti risero, ma Halima che cominciava a conoscerlo, capì che quell’attesa era un atto di rispetto verso di lei.
Gli fu molto grata e, mentre gli altri chiacchieravano, pensò che forse a quell’uomo così intelligente e nobile, lei avrebbe dovuto dire la verità. Pensò che avrebbe dovuto parlargli della sua famiglia, rivelargli il suo vero nome: ma chi sa se lo sapeva o no. E di Yusuf, certo anche di Yusuf avrebbe dovuto parlargli. Chi sa dove era Yusuf! Lo aveva visto un'altra volta dopo quel mattino in cui gli aveva detto che sarebbe partito. Ormai la loro casa non c’era più; e neppure suo padre era più con loro. E un pomeriggio Yusuf era venuto da lei. Gli zii erano in campagna, la zia Faduma riposava. “Parto, Ma’ei, ma ritornerò. Verrò a prenderti – Yusuf le aveva detto – finirà questa guerra. E io manderò qualcuno per chiederti in sposa. Oppure parlerò io con tuo padre. Con lo zio Abukar sarà facile…lui è intelligente e moderno!”. “ Ma mio padre… mio padre non c’è più Yusuf… non c’è più”. “Ritornerà Ma’ei! Lo libereranno vedrai! E anche io ritornerò... e ci sposeremo. E questa guerra finirà… aspettami Ma’ei...”. E lei aveva detto di sì, di sì, mille volte di sì.
Macca e le altre parlavano di una coppia italo-somala: “Lei è un po’ bruttina, ma molto intelligente!”. “Lui è in gamba – diceva un'altra – ha già un buon negozio avviato nel centro. Lei è un pò bruttina è vero, ma ha molto denaro!”. Halima veniva solo sfiorata da quelle parole. E intanto pensava a quello che era lei, in quel momento: una moglie, per tutti, ma in realtà non lo era; una studentessa, perché il dottore l’aveva iscritta a una scuola; ed era Halima Mohamed, un’oscura ragazza che veniva da una famiglia povera, ma molto timorata, molto religiosa. Perché mentire a quell’uomo che le stava offrendo tante possibilità? Perché soprattutto dargli delle speranze: c’era Yusuf nel suo cuore; a lui, Halima pensava nei momenti di solitudine, a lui si rivolgeva la sera, prima di addormentarsi nella sua camera di studentessa; a lui parlava quando svolgeva i lavori di casa e ascoltava le cassette di musica somala che suo marito le aveva messo a disposizione. “Te la ricordi Yusuf questa?...Oh questa sì! Ti piaceva tanto!” Zitta Ma’ei, zitta, nessuno deve sapere. “Non è un inganno – cercava di ripetersi – è una necessità”, così le aveva detto la zia Faduma, dopo che anche la casa dello zio Osman era stata abbattuta, e loro erano state costrette a chiedere ospitalità al collega di suo padre. “E’ la tua fortuna, bambina… vedrai, non te ne pentirai!”. E l’aveva carezzata a lungo, in silenzio, lei così rigida, lei così imperiosa, ora trovava i toni più dolci e il tocco più leggero e la stringeva a sé al suo corpo ossuto e forte, improvvisamente diventato accogliente e tenero per lei. “Tuo padre è morto Ma’ei…ne siamo tutti sicuri. I tuoi fratelli sono morti..che farai qui?”. “Starò con te, zia, ti obbedirò, lavorerò, ma starò con te!”. E nel silenzio della sua stanza, in Italia, il sospiro della zia Faduma solcava in un fremito l’aria: “No Ma’ei, no…! È troppo pericoloso. Abbi fiducia Ma’ei! Abbi fiducia! Dicono che il dottore è un brav’uomo, intelligente e stimato; forse conosceva tuo padre, ma lui no, non deve sapere chi sei veramente”. “Ma perché ingannarlo?”. Non aveva risposto la zia Faduma a quella domanda e ancora Halima se la poneva, ora andava in una scuola per imparare l’italiano; nel pomeriggio riordinava la casa e studiava. Al suo ritorno dall’ospedale, suo marito guardava con compiacimento i pavimenti lucidi, i mobili senza polvere; per il cibo si accontentava e non la rimproverava mai, quando lei sbagliava le dosi o confondeva, a volte, gli ingredienti che non conosceva. Per due o tre volte l’aveva accompagnata a fare la spesa, poi lei gli aveva detto che avrebbe saputo cavarsela da sola; stava imparando quella lingua i cui suoni erano stati così familiari nella sua infanzia. Se si concentrava un momento riudiva la voce della zia Faduma che, quando parlava di lavori domestici, faceva sempre scivolare nei suoi discorsi espressioni italiane: “Signora Anna,… signor Giovanni!...”. Le pareva di vederla, in piedi al centro della stanza con lo straccio per togliere la polvere nella mano destra. “Signora Anna viene… signora Anna dice…”. Ma era un altro mondo, la zia Faduma sospirava e ora anche lei, Halima ripeteva quella frase e anche a lei pareva che qualcuno avesse diametralmente capovolto la sua vita e quel mondo che le era così familiare, fatto di parole, di affetti, di speranze fosse stato inghiottito dalla terra. O dalla guerra?... Eppure in quella casa stava bene; suo marito la rispettava, la aiutava negli studi, la presentava ai suoi amici. La sera, mentre la lavastoviglie borbottava per suo conto, lei apriva i suoi quaderni, lui un libro e il tempo scivolava nel silenzio caldo della cucina. Qualche volta però, Halima coglieva una strana trepidazione nello sguardo di suo marito, quasi una furia trattenuta, o forse un desiderio che egli avrebbe voluto confidarle. Tremava a quello sguardo e temeva di tradirsi; temeva di scoppiare a pianger davanti a lui e di dirgli, di supplicarlo che, per amor di Dio, la lasciasse andare: avrebbe fatto la domestica, l’operaia, anche la mendicante, ma almeno non avrebbe tradito Yusuf! Ma lo sguardo di Ibrahim tornava subito mite e rassicurante ed i suoi occhi si riabbassavano sul libro, mentre lei chinava, più del necessario la testa sul quaderno per nascondere le lacrime. Una sera però suo marito le rivolse una domanda a cui era impossibile non rispondere: “Halima – le disse – ti stai ambientando bene; sembra che ti trovi bene qui; dunque vuoi rimanere?”. “Certo che voglio rimanere – rispose lei trattenendo il respiro – naturalmente, sono tua moglie”.
“Sì lo so, lo so che sei mia moglie, ma quello che è scritto sulla carta non sempre è scritto nel cuore”. Qualcosa dentro di lei si rimescolò, il sangue si gelò per un attimo, poi una vampata di calore le salì al viso: “Di che parla? Di chi parla?”, si trovò a pensare e, quasi stordita, provò a dire: “…Io non capisco… io vorrei capire meglio…”. Lui chiuse il libro, si sfilò gli occhiali che utilizzava sempre per la lettura, e disse: “Halima io ti apprezzo molto; sei intelligente, educata, sei gentile, apprezzo tutte queste qualità e sono sicuro che saresti la sposa che, in un momento come questo, in questo preciso momento della mia vita, certamente è necessaria per me”. “E dunque – interloquì lei ¬– cosa sto sbagliando? In che cosa io…”, e nell’eco delle sue parole che già lei capiva essere inopportune, risuonò la voce della zia Faduma:
“Ma’ei, ma come parli! Ma come parli a tuo marito? Ma’ei! Ma chi sei tu per interrompere le sue parole, per fargli domande! Ma’ei, Ma’ei!!…”. “Sono impazzita – pensò, e abbassò gli occhi mormorando alcune parole di scusa.
“Mi dispiace – disse – forse sono un po’ agitata”. Lui non mostrò né irritazione, né meraviglia; distolse lo sguardo da lei e disse: “Sai Halima, qualche volta ti ho spiata – sorrise un po’ a labbra strette – lo so che non si fa con una signora, né tanto meno con una ragazza. Ma io l’ho fatto”. E lei tremò, si strinse nello scialle e pregò disperatamente, pregò affinché, quelle benedette lacrime che le bruciavano gli occhi, non scivolassero lungo le guance, e non si rendessero visibili.
“Ti guardo mentre studi, mentre indossi il cappotto per uscire, mentre lavori in cucina e pensi di essere sola. Ti ho guardata un giorno, mentre spolveravi i libri dello studio; fingevo di leggere ma ti guardavo. Piangevi Ma’ei! Perché piangevi? Perché piangi, da sola la sera nella tua stanza?”. E sull’ultimo suono di quella domanda, lei levò la sua voce improvvisamente dura: “Mi chiamo Halima – disse – e sono tua moglie… puoi correggermi se sbaglio, ma non puoi, non puoi dominare anche sui miei pensieri! Io sono Halima, sono tua moglie; farò tutto ciò che tu mi chiederai, ma non puoi… non puoi…”. Non sapeva più lei stessa quello che voleva dire, ma aveva paura, paura di essersi tradita in qualche momento, paura di aver lasciato in giro per casa, qualcosa che avesse rivelato la verità a suo marito. Ma forse lui la sapeva? E da chi aveva saputo il suo nome, se la zia Faduma le aveva detto che no, non doveva parlare di Ma’ei... no, neppure con lui: “È meglio Ma’ei... è più prudente”. E dunque chi gliel’aveva detto? Che cosa gli aveva detto Ali? Ibrahim chiuse il libro, ma non si mosse dal suo posto: c’era il tavolo in mezzo a loro; la luce illuminava una tovaglia di plastica a scacchi verdi e blu; la lavastoviglie borbottava per suo conto; la pioggia batteva piano ai vetri della finestra. “Sei Ma’ei la figlia di Abukar Said, che tutti chiamavano … Abukar deeqsi, il generoso. Lavorava al Ministero degli Esteri tuo padre, lo so Ma’ei. Lui ci ha aiutati tutti, tutti noi che studiavamo all’estero: borse di studio, passaporti; nessuno può parlare di lui senza rispetto e io sono stato ben felice che la figlia di Abukar Said mi sia stata proposta in sposa”. Halima tratteneva il respiro; tutte quelle lodi le facevano paura, temeva che dietro a quelle parole ne sarebbero venute altre, ma di collera, di rimprovero per lei, perché? ma perché? Non lo sapeva ma temeva.
“Tuo padre era più grande di me, e di tutti quelli che insieme a me sono venuti a studiare in Italia; l’ultima volta in cui l’ho visto, tu eri ancora una bambina. Eri in casa con tua madre, credo; con lui c’erano i tuoi fratelli. Sono morti vero? Tutti e due?”. “Si – disse lei in un soffio – aggrediti per strada e poi portati via e certamente uccisi; e mio padre l’hanno portato via e poi…”. “So tutto questo, Ma’ei, so che sei rimasta sola con la zia Faduma, la chiamavamo così anche noi sai. Era la sorella grande di Abukar Said; la chiamavamo “zia Faduma” un po’ per burla, molto per affetto. E tu sei proprio in gamba Ma’ei, come tuo padre, come tua zia, come tua madre...! L’ho conosciuta sai Jamila Daud. Mi ricordo il matrimonio di tuo padre: fu una festa grandissima, per tutti. Noi più giovani gli invidiavamo un poco quella moglie bellissima, e così intelligente, così brava in casa, e nel suo lavoro, così simpatica anche!”.
Halima tremava, si irrigidiva, si meravigliava e si chiedeva perché mai lui le stesse dicendo tutto questo; dove voleva arrivare? Che cosa veramente voleva dirle? Forse fra un attimo si sarebbe alzato da quella sedia, avrebbe fatto il giro del tavolo, sarebbe venuto vicino a lei e le avrebbe fatto la richiesta che temeva, ma che pure, un giorno o l’altro doveva pur arrivare: “Alzati Halima e vieni... tu sei mia moglie…vieni!” E già immaginava il suo braccio che le circondava le spalle e la sua mano che la invitava, o la costringeva? a seguirlo. “Tu sei mia moglie, vieni! tu devi!”. Certo che doveva, non avrebbe opposto resistenza, con la morte nel cuore, stringendo le labbra, chiudendo gli occhi, lo avrebbe seguito in quella grande stanza, in quel grande letto che lei riordinava tutti i giorni, domandandosi perché, perché mai Ibrahim ritardasse tanto quel momento. Ma Ibrahim non si muoveva e continuava a parlare: “Vedi so tutto. Ma non proprio tutto. Lo so, è giusto; ogni donna hai i suoi segreti, hai diritto ad avere i tuoi, ma che segreto è se ti fa piangere così? Non è un segreto, Ma’ei è un peso. E tu ce la farai a portarlo per molti anni ancora? O cadrai sotto la pressione di questo dolore?” E lei lasciò che le labbra tremassero, che le lacrime scendessero lungo le guance e disse: “Non lo so”.
“Dimmi se c’è un nome che tieni nascosto nel fondo del tuo cuore, Ma’ei! Dimmi se ti sei promessa ad un uomo, ad un ragazzo forse.. e non hai potuto dirlo a nessuno; dimmi se c’è qualcuno che soffrirà, sapendo che ti sei sposata con me e che tu non vorresti far soffrire. Se non è così… – Ibrahim esitò un attimo, poi ispirando l’aria disse – Se non è così, non temere. Ci abitueremo l’uno all’altra, un po’ per volta; ci daremo il tempo necessario e potremo anche volerci bene; io ti stimo e forse anche tu… ci rispettiamo, è un buon inizio”. “Sarò come tu vuoi! – disse lei in un ultimo tentativo – studierò, studiare mi piace, non mi costa; so fare i lavori di casa, l’hai conosciuta anche tu la zia Faduma e sai che…”. Lui la interruppe: “So tutto Ma’ei, ma vorrei sapere se qualcuno soffrirà per questa tua costrizione e per questa mia decisione. È una colpa costruire una felicità sopra un dolore, per me è una colpa. Io penso così!”. “A che serve, è tutto così lontano…è un altro mondo!”, sospirò lei, e lottò disperatamente per trattenere le altre parole che invece le scivolavano sulle labbra. Parlò di Yusuf: il ragazzo più bello del quartiere; lo vide attraversare la strada con i libri sotto un braccio e un pallone in mano; lo sentì canticchiare la loro canzone preferita, mentre passava davanti alla porta della sua casa in via 1 Luglio; lo ricordò nel momento del suo ultimo saluto – tornerò a prenderti Ma’ei… parlerò con tuo padre... e Ibrahim ascoltava, triste, in silenzio. “Yusuf chi?”, chiese soltanto. “Yusuf Abdirihmam Ismail – disse lei –il figlio più grande di Abdirihmam Ismail. Ma è morto anche lui!”, aggiunse come per chiudere un discorso. “Abdirihmam Ismail. Abdirihmam Ismail? – ripetè Ibrahim –Abdirihmam Ismail che lavorava all’aeroporto?”. “Sì – disse lei – Abdirihmam Ismail è morto, e Yusuf è partito. Mi ha promesso che... che tornerà… che tornerà a prendermi, ma non mi troverà”. E pianse finalmente, a lungo, coprendosi il volto con lo scialle, coprendosi gli occhi con le mani e ripiegandosi su se stessa, di più, sempre di più.
Per alcuni minuti il silenzio fu rotto soltanto dai suoi singhiozzi e dai sospiri trattenuti di lui. Poi lei si alzò, gli passò vicino in silenzio e si diresse verso la porta. Ibrahim la trattenne, soltanto con un tocco leggero della mano: “Aspetta Ma’ei – le disse – senti! Yusuf tornerà è vero. Ma deve trovarti, anzi noi dobbiamo trovarlo. Lo troveremo: ci sono tanti modi per trovare una persona. Ci sono siti internet, programmi radiofonici. Io ho amici in molte città del mondo. Lo troveremo e se lui vorrà parlarti, e tu vorrai parlargli, vi parlerete, vi spiegherete e poi farete quello che il vostro cuore vi suggerirà. Ti aiuterò Ma’ei”. “Davvero?” chiese lei, e si irritò con se stessa per non riuscire a trovare nessun’altra parola né di gratitudine, né di meraviglia, né di rispetto verso di lui. Le sembrò così infantile e sciocco quel suo “davvero!”, che lei stessa si vergognò.
“Hai la mia parola, Ma’ei Abukar, per questo e per tutto quello che ci siamo detti questa sera”. Le augurò la buona notte e fu un saluto complice e rassicurante.
Ibrahim Omar fece quello che aveva promesso: trovò Yusuf, seppe che viveva negli Stati Uniti e che aveva un lavoro abbastanza stabile. Comunicò la notizia ad Halima le fornì il suo numero di telefono. “Ora la decisione è tutta tua – le disse – prenditi un po’ di tempo, rifletti e, se vuoi, parla con lui. Parlate a lungo, per tutto il tempo necessario. Prendete le vostre decisioni. Poi… vedremo di trovare il modo migliore per superare le difficoltà”. Le aveva parlato con pacatezza, stando attento a non cercare di vedere l’effetto che la notizia aveva avuto su di lei. Da quel momento però era stato ancora più discreto e più guardingo per non disturbarla: le faceva le richieste indispensabili, la lasciava molto tempo sola, le dava tutto lo spazio e il tempo per pensare e per riflettere. Halima parlò con Yusuf: gli raccontò gli ultimi anni della sua vita, la casa distrutta, tutte le morti che avevano segnato tanti giorni, tante ore di quel tempo, di quei suoi anni di attesa. Anche Yusuf le raccontò dei suoi viaggi, dei suoi spostamenti sempre in cerca di una sistemazione migliore, prima in Europa, poi negli Stati Uniti. “Sono passati cinque anni Ma’ei, avevi quasi quindici anni e ora…”. “Ora ne ho quasi venti...– disse lei – ma mi sembra di aver vissuto così tanto...”. “Ti ricordi Ma’ei? Ti ricordi quando andavamo a scuola tu da Suldana, io da Ahmed Alì?”. “Certo che mi ricordo... è morto Ahmed Ali, è morto in Etiopia. Suldana è andata all’estero, non si sa dove”. “... e anche noi siamo andati all’estero” e attraverso il filo del telefono vibrò il sospiro doloroso di Yusuf: e tu Ma’ei, tu sei ormai sposata!”. “Ti ho detto come stanno le cose – replicò lei, e non sapeva se si sentiva irritata o dispiaciuta – Sono sposata sì, i documenti ci sono, ma io non sono sua moglie. Te l’ho detto”. “E lui ti permetterà di partire?”, Yusuf chiese. Halima credette di cogliere in quella domanda la trepidazione di una speranza negata. “Io mi sono promessa a te, Yusuf – disse – e verrò da te, se tu, se tu ancora pensi come allora. Ti ricordi? Ce lo siamo promesso”. Yusuf l’aveva rassicurata, aveva detto che non sarebbe stato facile, e che, prima di tutto, sarebbe stato necessario avere nuovi documenti. Parlarono al telefono altre volte: del passato, delle loro famiglie, della loro città. Halima disse che aveva ripreso a studiare e che avrebbe facilmente imparato l’inglese. “L’ho studiato anche a scuola – disse – e qui ho già una grammatica”. Yusuf le parlò del suo lavoro e, quando lei gli chiese se aveva una casa, lui disse che sì, certamente l’aveva, ed anche una macchina. Aveva una ford rossa, sì di seconda mano, ma bella e veloce e robusta. Poi, su richiesta di Halima, anche Ibrahim parlò con lui: gli promise che li avrebbe aiutati, soprattutto per i nuovi documenti e disse che no, Yusuf non doveva preoccuparsi per il denaro del biglietto: “È il mio regalo di nozze – disse - lo faccio volentieri”. Ma quando Yusuf replicò che aveva un buon lavoro, e che al costo del volo avrebbe pensato lui, Ibrahim colse nella sua voce un gelido filo di rigidità ed ebbe qualche attimo d’incertezza. Era orgoglio o arroganza? Non avrebbe saputo dire, ma quell’atteggiamento lo turbò. Lasciò che Halima e il ragazzo si parlassero ancora, rimanendo in disparte, impegnato soltanto a facilitare il loro incontro. La sera in cui le portò il nuovo passaporto, Halima lo prese con mani tremanti. Guardò la sua fotografia incollata vicino al nuovo nome: sayda Nur, lei adesso era Sayda Nur. L’anno di nascita era uguale al suo, ma il giorno era diverso; c’era inoltre un indirizzo di residenza della vera titolare di quel documento. Chi sa chi era quella Sayda Nur, chi sa perché si era disfatta del passaporto; forse era tornata in Somalia? Forse risiedeva in una città europea con un altro nome? Non fece domande neppure questa volta, ma si dedicò con impegno ed entusiasmo a imparare il suo nuovo nome e l’indirizzo. Tutto era pronto. Mancava soltanto il biglietto dell’aereo, ma Yusuf continuava a dirle di avere pazienza. “Vorrei trovarne uno conveniente – disse una sera, parlando con lei al telefono – Sai non ho molto denaro e vivere, in questa città costa molto”. Halima non replicò, non gli disse che, pur se il dottore la trattava molto bene, era penoso per lei rimanere ancora a lungo in quella casa. “Abbi pazienza”, Yusuf le disse, ma poi quando Ibrahim gli chiese perché rifiutasse il suo aiuto, si irrigidì: “Avrei voluto venire a prenderla – disse, misurando le parole – glielo avevo promesso; voglio almeno farmi carico delle spese del viaggio. ”Ibrahim, dopo una certa esitazione, domandò: “Non ci sono altre motivazioni, vero? – e poi, quasi giustificandosi, aggiunse – Sai, Yusuf, conoscevo il padre di Ma’ey. Vorrei che lei fosse felice”. E la risposta questa volta, giunse determinata e rassicurante: “Anch’io – Yusuf disse – conoscevo bene la sua famiglia. Anch’io voglio la nostra felicità”.
Era la stessa pioggia del suo arrivo che la salutava, una pioggia sottile e insistente: Ibrahim l’accompagnò all’ aeroporto, si assicurò che tutto fosse in ordine e la salutò. “Buona fortuna – le disse - telefona qualche volta. Datemi vostre notizie, tu e Yusuf”. Lei disse di sì e si avviò, sicura e determinata, questa volta, verso l’imbarco. Quando arrivò era sera; un'altra volta, anzi, ormai notte. Si districò un po’ con fatica fra tutti gli adempimenti dello sbarco, ma la speranza e il desiderio di rivedere Yusuf la sostenevano. Passò tutti i controlli esibendo il nuovo passaporto: Sayda Nur Mohamed, coniugata con Yusuf Abdirihman Ismail, residente in… Aveva i numeri di telefono di Yusuf ma non ne avrebbe avuto bisogno: lui la aspettava, ne era certa, glielo aveva assicurato. “Io sarò lì – aveva detto – e ti porterò a casa con la mia Ford rossa. Vedrai ricominceremo a vivere”. L’accompagnavano queste parole rassicuranti, mentre attendeva le sue due valige, mentre cercava di individuare i percorsi giusti per uscire. Pioveva anche a Philadelphia, pioveva come la notte del suo arrivo in Italia.
Halima si guardò intorno perplessa: auto che partivano, luci accecanti, ombrelli, voci… un fluire di gente che entrava e usciva. Ma Yusuf non c’era. Attese fiduciosa: forse non mi vede; si guardò intorno smarrita, lo cercò fra la gente; fra le macchine parcheggiate cercò la ford rossa; non riusciva ad individuarla. Trascorsero i minuti, poi trascorse la prima mezz’ora. Entrò in una sala di attesa e compose il numero di Yusuf: al telefono di casa non rispose nessuno, il cellulare era spento. Non volle crederci e riprovò ancora e ancora. Yusuf non rispose. Uscì ancora, cercò, camminò avanti e indietro; poi cominciò ad osservare le macchine in transito e quelle parcheggiate e intanto sentiva salirle lentamente dalle punte dei piedi fino ad attanagliarle la gola, la paura, una paura mai provata nemmeno durante i bombardamenti, nemmeno quando aveva capito che sarebbe andata in sposa a uno sconosciuto che avrebbe anche potuto farle del male. Era una paura nuova terribile, intensa, che le bloccava i muscoli, le chiudeva il respiro, le annebbiava la vista:” Non c’è nessuno _ riuscì a pensare _ e io sono sola”. Non c’era la zia Faduma né a consolarla né a rimproverarla, non c’era neppure Alì, il suo cugino un po’ stupido che pure l’aveva scortata fino alla casa del dottore e non c’era neppure lui, Ibrahim Omar, il suo marito gentile e malinconico che credeva di averla accompagnata verso la felicità. Che cosa aveva detto Ibrahim parlando al telefono con la zia Faduma; e ad Ali che cosa aveva detto? Halima non lo sapeva. Lui l’aveva rassicurata: “Non preoccuparti, hanno capito, non preoccuparti di queste cose Ma’ey!! Sono cose di adulti. Le sistemeremo tra noi. Tu pensa che andrai da tuo marito, da Yusuf, finalmente!”. Queste ultime parole tremarono come un brivido nel suo pensiero. ‘Da Yusuf finalmente, ma Yusuf non c’era e improvvisamente lei comprese che nessuno l’avrebbe fatta più transitare verso la sua vita. Forse avrebbe potuto telefonare ad Ali, o alla zia Faduma, in Somalia; ma cosa avrebbe detto? La vergogna le attanagliò la gola. “Yusuf non c’è! Yusuf mi ha mentito! Torno a casa zia aspettami!”, no, non avrebbe potuto parlare così; a casa sua c’era la guerra e nessuno avrebbe potuto dare valore ai suoi capricci, ai suoi pianti di sposa tradita. “Ma sposa di chi?”, riuscì a domandarsi mentre un fascio di luce l’abbagliava. “Spostati ragazza! o ti vengo addosso!”, un automobilista irritato l’aggredì con queste parole e lei si rincantucciò in un angolo e pianse. Sola piangeva, in piedi fra le due valigie e coprendosi il volto con lo scialle nuovo che Ibrahim, il suo gentile e triste marito, le aveva regalato, come dono di nozze, mandandola in sposa a un altro uomo.
Ibrahim Omar spense il televisore dopo il telegiornale della notte; sostò un attimo vicino al tavolo di cucina e quasi si stupì di non vederlo preparato per la colazione, come ormai si era abituato. Nella sua casa regnava un ordine freddo: i pavimenti erano puliti, la lavastoviglie ferma e spenta, nessun odore di cibo ristagnava nell’aria. Christine, la domestica nuova aveva lavorato con scrupolo e precisione, poi lo aveva salutato confermando il suo impegno di lavoro: due volte alla settimana il pomeriggio dalle 16 alle 18. La vita ricominciava dopo la breve parentesi di Halima. “Speriamo che sia felice”, sospirò Ibrahim e si diresse, lentamente a spegnere la caldaia. Pensò ad un'altra sera lontana sì, ma non molto. Sei anni erano passati da quando se ne era andata Milena. Milena la compagna dei suoi anni di studio: gli esami preparati e sostenuti insieme, le vacanze al mare, i viaggi ,i progetti; la laurea, la ricerca del lavoro e poi la fortuna, per tutti e due: un posto in ospedale per lei, una borsa di studio come ricercatore per lui. Poi il matrimonio, l’acquisto di quell’appartamento, il gusto di Milena nella scelta dei mobili. E gli anni vissuti nella scia delle sue parole, del suo profumo, dei suoi lunghi abbracci appassionati. Poi la malinconia delle incomprensioni, i lunghi silenzi che li separavano sempre di più. Le attese inconfessate dei ritorni dell’una o dell’altro. La certezza di essere sul punto di perdersi per sempre. Finchè una sera, una sera di fine inverno, non diversa da quella, Milena era uscita sul corridoio reggendo a fatica due borse di pelle nera: “Vado – aveva detto – tornerò in questi giorni a prendere il resto delle mie cose”. Non l’aveva trattenuta, né lei aveva fatto niente per farsi trattenere.
Aveva appoggiato le chiavi sul tavolo di cucina e aveva detto: “Ho un’avvocatessa che mi seguirà nelle pratiche di separazione e subito di divorzio”. E gli aveva teso un bigliettino: “Procurati un legale anche tu, così faremo presto e non ci costerà molto”. E lui aveva risposto: “Va bene”. Così se ne era andata Milena e per lui c’era stata la riconciliazione con la sua famiglia e l’assedio per un nuovo matrimonio. Quando aveva conosciuto Halima era stato contento: una donna giovane, intelligente, disposta a imparare e a capire il mondo in cui era venuta a vivere. “No! –Ibrahim sospirò chiudendo la porta della sua stanza – non era il caso… troppo giovane… e poi troppo innamorata di quel ragazzo. Regolò la sveglia, si infilò sotto le coperte e aprì un libro. Pensò che non avrebbe letto per molto tempo: lo attendeva una giornata lunga, faticosa e, nuovamente solitaria.